JEFFREY LEE PIERCE & The GUN CLUB

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Ci sono varie tipologie di esseri umani e fra queste numerose sfaccettature ci sono gli assetati, li chiamerò così. Riferendomi a Rimbaud:
“È la mia sete così folle, intima idra senza fauci che insidia e affligge.”
Quello che ti avvicina all’illuminazione, che ti eleva al di sopra delle masse, spesso ti distrugge, ti rende un emarginato, un vizioso.Ti fa bruciare in fretta e morire giovane.

Jeffrey Lee Pierce nasce ia Montebello (LA) 1958, da madre d’origini messicane che lui rivendicherà sempre con molto orgoglio. Il giovane Jeff crescerà quindi a Los Angeles, una delle poche città americane a seguire la scena punk inglese e New Yorkese. Appassionato di letteratura e musica, colleziona libri e dischi in grandissima quantità, spende la sua adolescenza procacciandosi tali tesori. Di cui ha fame, e più ne divora, più ne vuole di nuovi.
Conciliando le sue due grandi passioni comincia a scrivere di musica per svariate fanzine e perde completamente la testa per Blondie e grazie alla sua imperturbabile tenacia riesce a farsi elegere presidente del suo fan club.
Doveva avere un debole per le bionde da ragazzino, probabilmente parte del suo look bizzarro era un tributo a Marilyn Monroe oltre che a Blondie. Certo su di lui capelli biondi (gelosamente conservava un biglietto di Debbie con istruzioni e consigli per la decolorazione) e rossetto donavano meno, ma non era questo il punto. Non gli interessava essere carino, anzi, piuttosto si divertiva a provocare, anche creando disagio. Una sorta di shock surrealista.
Nel 1979 al ritorno dalla Giamaica il giovane Pierce si mette alla ricerca di un corrispettivo musicale che fonda assieme il fascino arcaico degli sciamanie della cultura gitana e si imbatte nei nastri del delta blues, impara a strimpellarvi su la chitarra e finisce fra le fila di una band di rockabilly, i Cyclones di Pleasant Gehman.
L’incontro con Brian Tristan, meglio conosciuto come Kid Congo Powers, sposterà le sue mire dalle sei corde al microfono e contribuirà a ribattezzare la formazione, orfana del vocalist originale, Creeping Rituals.
Ne Pierce ne ancor meno Kid Congo avevano idea di come suonare o cantare, avevano solo una gran voglia di farlo.
Se lo senti fallo. Credo che se esistessero dei comandamenti del punkrock questo sarebbe uno dei principali.
Pierce suggerisce al compagno di accordare la chiatarra in re aperto e di suonare con lo slide, come facevano i bluesman.
Il nome Creeping Rituals ha detta di Keith Morris, cantante dei Circle Jerks e, all’epoca, coinquilino di Pierce,  sa troppo di “gotico-decadente”.
Fu Keith a suggerire il nome di Gun Club.
Ma la vera svolta fu l’entrata della una nuova sezione ritmica dei Bags: Rob Ritter al basso e Terry Graham alla batteria,(dei Bags faceva parte anche Patricia Morrison che sostituirà Ritter al basso nel’84.) Rob e Terry sapevano davvero suonare e questo cambiò molto le cose.

Prima di registrare il primo album, nella mia opinione, uno dei migliori dischi mai registrati, “Fire of Love”, Kid Congo Power viene assoldato dai Cramps.
Ironia della sorte, gli subentra Ward Dotson che smaniava per suonare con i Cramps, ma che Ivy e soci avevano scartato.
Fire Of Love viene registrato in soli due giorni, correva l’anno 1981 (ed io nascevo, puta caso 😛 ). L’album contiene due cover di pezzi blues:
“Preaching  Blues” di Robert Johnson e “Cool Drink of Water” di Tommy Johnson. Il resto dei pezzi sono interamente scritti da Pierce, apparte “for love of Ivy” scritta con la collaborazione di Kid Congo Power, (“You look like an Elvis from hell”, dedicata per l’appunto a Poison Ivy dei Cramps.)
A pubblicarlo fu la Slash Records, l’etichetta omonima di una fanzine locale sulla quale Pierce aveva tenuto un paio di rubriche (tema “il rock delle origini”).
Originariamente pubblicato dalla LA-based Ruby. L’album attirò anche l’interesse del pubblico europeo e fu pubblicato  in Inghilterra dalla Beggars Banquet, e in Francia dalla New Rose.

Questo disco ha avuto una grande influenza soprattutto sullo sviluppo del garage rock e dello psychobilly americano,  uscendo fuori da etichette preconfezionate e venendo appellato nei modi più disparati, il più azzeccato probabilmente come “voodoo rock”. Paludoso, improvvisato, mistico, infuocato, un disco alla Lomax nell’epoca elettrica.
Non ingiustamente, considerato dalla critica una delle pietre miliari del punk rock degli anni ’80.

Pierce firma per la  Animal Records, un’etichetta istituito da Chris Stein, chitarrista dei Blondie .
Stein non era un fan dei chitarroni, lo fa presente a Pierce, che gli da il nullaosta. Ed esce “Miami”, nel’82, il secondo album di Gun Club, molto molto diverso d “Fire of love” che aveva il ruggito, la freschezza e l’improvvisazione di un album in presa diretta. “Miami” è un album più sofisticato, calcolato, mediato e ciò comporta anche molte critiche dal pubblico che lo definisce “piatto e freddo”. Nonostante le critiche quest’ulteriore svolta permette alla band di evolvere il suo sound e di prendere connotati più riflessivi con pezzi come: “Carry home”, “ Mother earth”,“Brother and sister”e “Watermellon man”.
“A devil in a woods”,”John Hardy”,“Like Calling up Thunder”,“Texas Serenade” ricordano invece più il primo album, ma comunque il basso in primo piano è la chitarra così lontana, l’uso di steel guitar molto dolci, rendono il sound del secondo album completamente diverso dal primo.
“Miami” è un album anni 80, riconoscibilmente anni 80, “FIRE OF LOVE” è un album senza tempo, ha un’atmofera unica, inclassificabile ed è questo che l’ha reso così prezioso e seminale.
“Miami” contiene tre cover: una dei Creedence Clearwater Revival “Run Through the Jungle”, “Fire of love” di Jody Reynolds e la sopracitata “John Hardy” canzone folk popolare cantata anche da Lead Belly e Bob Dylan.

Anche la foto in copertina simboleggia abbastanza lo stato di salute della band: nella foto di gruppo manca Rob Ritter, licenziatosi a registrazioni appena concluse (Ritter diventerà Rob Grave e entrerà nei 45 Grave, morirà d’overdose nel ’91) . E gli altri due componeti presto lo seguiranno: il batterista Graham (di lato a Pierce) e il chitarrista Ward Dotson (dietro Pierce).
E profeticamente Pierce restò da solo.
Jeffrey e quelli della Animal records non potevano restarsene con le mani in mano. reclutano così una line-up provvisoria : Jim Duckworth al basso, Dee Pop dei Bush Tetras alla batteria, lo stesso Jeffrey Lee alla chitarra.
Nel ’83  da materiale inutilizzato nasce l’ep “Death Party”, intriso dal binomio “eros e thanatos”, argomento caro a Jeffrey Lee. Assieme alla dissonante title track, scritta con alcuni membri dei Flipper, il mini comprende altri quattro pezzi: la splendida ballata “The House On Highland Ave”, che mostra la notevole maturazione di Jeffrey in qualità di songwriter. “The Light Of The World” e “The Lie” più oscuri,lugubri e tombali. A chiudere, una veloce scheggia punk guidata dai tamburi, “Come Back Jim”. Probabilmente dedicata a Jim Morrison.

Anche accompagnata al genio, però, l’abuso di droghe e alcol che fra l’altro, Pierce poco reggeva, non facilita la stabilità all’interno del gruppo,  Alla vigilia della tournée australiana, Pop e Duckworth si rifiuteranno di prendere l’aereo per Melbourne e lasceranno Jeffrey Lee ancora una volta da solo.
Ma la critica dell’epoca sentenzia che “i Gun Club sono Jeffrey Lee Pierce” e lui che lo sa bene s’imbarca su quel volo ugualmente, portando con sé la bassista Patricia Morrison. Riservandosi di trovare le altre comparse sul posto. Il destino gli dà ragione e tiene in serbo per lui una gradita sorpresa: ad aspettarlo in terra oceanica c’è Kid Congo Powers, libero dai suoi impegni con i Cramps e disposto a riprendere l’avventura con la sua prima band. Dalle sue testuali parole: “in Australia ci aspettava un sacco di gente. Era il popolo dei Birthday Party e la nostra fama di garage band più bevuta e drogata d’America doveva averci preceduto”.
Non smentendo affatto le voci a riguardo, il tour australiano riescì a ridare al gruppo la spinta che gli ci voleva e, al ritorno in America, Pierce decise “per qualche strana ragione” di riarruolare il primo batterista Terry Graham.
Nonostante la formazione sia tornata per tre quarti quella dell’esordio, i risultati saranno del tutto inediti: “The Las Vegas Story” (1984) segue il filo di MIAMI.
“Eravamo nella nostra fase free jazz, stavamo esplorando nuovi territori e volevamo un disco che ci soddisfacesse. Sapevamo che quel combo aveva del potenziale ma anche che avrebbe potuto creare un sound completamente differente rispetto a prima. Eravamo molto, molto presi dalla discomusic. Molto presi anche dalla musica pop, Prince era la nostra maggiore influenza al tempo. Lui e le droghe”.
Registrato negli Ocean Way Studios di Los Angeles, proprio accanto alla sala dove Ry Cooder stava registrando la colonna sonora per il nuovo film di Wim Wenders, “Paris, Texas”. I membri della band prenderanno “a prestito” molti dei suoi apparecchi vintage e di quegli “strani macchinari rumorosi” per estendere ulteriormente la propria tavolozza sonora. La produzione di Jeff Erych – chiamato per dare all’album un tocco “sognante” – consente loro di togliersi altri sfizi, come far suonare il pianoforte di “My Man’s Gone Now” al pianista di Julio Iglesias…”fu una esperienza da studio strana e divertente, anche se decisamente poco ‘punk’. Un sacco di persone ci volevano ‘earthly punk’, ma più loro ce lo chiedevano e più noi desideravamo allontanarcene”.
“Las Vegas Story” ha ritmi meno serrati, più distesi il cantato di Jeff prende i toni di una confessione, perdendo pian piano quelli della rabbia giovanile. I pezzi acquistano più respiro come “Gives Up The Sun”, o la commovente ballata “My Dreams”, la linea di basso che ti entra nelle budella e la voce di Pierce che ti trapassa il cuore.
Congo Powers, ormai rumorista provetto, crea atmosfere nervose in “Moonlight Motel” e “The Stranger In Your Town”. Il mid-tempo di “Walking With The Beast” può essere considerato un brano-manifesto dal punto di vista sia stilistico che biografico, dove Jeff prende pubblicamente coscienza del proprio “demone” come di un fedele compagno di viaggio.

Riprendono i live show, il management della Animal Records prenota date soprattutto oltre i confini statunitensi. Palco dopo palco la band si allontana dalla brutta aria che tira nei circuiti live americani dove da un pò spira un vento alquanto nazionalista. Nell’era reaganiana i Gun Club suonarono soprattutto in Europa, senza riuscire però a lasciarsi alle spalle i problemi più pratici: per ben due volte il loro tour bus viene svuotato e a Parigi, dopo il secondo furto, Terry Graham decide di filarsela durante la notte. Risvegliatasi orfana del batterista e senza strumentazione. la band, si trova davvero ad annaspare nella merda. Jeffrey Lee saggiamente propone un lungo periodo di pausa.

Malgrado le promesse fatte a se stesso, la pausa non riuscì a tenerlo alla larga dalla musica.
In questo lasso di tempo Pierce registra  come solista  e pubblica un disco “Wildweed” ed un Ep “Flamingo”.  I lavori anche se non paragonabili a quelli passati testimoniano la sua continua voglia di sperimentare.

Nell’86 si riformano i Gun club, con il fedelissimo Kid Congo(che vedremo anche impegnato con i Bad Seeds di Nick Cave, con cui pubblicò ”Tender Prey“nell’88 e“The Good Son” nel 1990.), la bassista, nonchè moglie di Pierce Romi Mori ed il batterista Nick Sanderson. Poco dopo esce “Mother Juno” prodotto da Robin Guthrie dei Cocteau Twins.
Mother Juno, è forse il più rappresentativo tra i loro dischi dell’età “matura”. Non c’è più traccia delle influenze pop, i Gun Club ripartono da ciò che meglio sanno fare, l’alternanza fra brani veloci e atmosfere più tradizionali in un mitigato ritorno alle origini che il cantante paragonerà alle ” onde nell’Oceano”.
La tripletta di partenza, “Bill Baley”-“Thunderhead”-“Lupita Scream”, è in stile Fire Of Love. Il pezzo d’apertura è dedicato a Nick Cave sotto le mentite spoglie di uno stand-up comedian dalla vita sregolata.
“Breaking Hands”, “Yellow Eyes” e “Port of souls” invece rallentano il ritmo e hanno influenze più waveggianti, soprattutto la prima, probabilmente complice anche lo zampino di Guthrie.
Viscerale “Hearts”, “My cousin Kim” completamente in stile fire of love
Il lirismo di Jeffrey Lee completa qui il suo cammino verso la disillusione già intrapreso in alcuni episodi dei lavori passati, diventando da ribelle a pazzo e da pazzo a perdente.
Viene registrato negli Hansa Studios di Berlino, in quella tempo prima era stata una sala da ballo dei militari nazisti e che, in tempi più recenti aveva ospitato anche David Bowie.

Mother Juno inaugura dunque la consacrazione dei Gun Club  come band ormai europea di adozione, ancora in fuga da quella “Bad America”. Jeffrey scappava da Los Angeles, dai suoi fantasmi, dall’alcool e dalla droga.
“Siamo a casa nostra e ci accolgono in non più di cinquanta, ormai veniamo recepiti come una band in trasferta dall’Europa. Nella nostra band abbiamo persone dal Giappone e dall’Inghilterra: abbiamo imparato a guardare alle cose attraverso occhi europei, così siamo diventati un po’ più europei anche noi”, citando le parole di Kid Congo.

Pastoral Hide And Seek  ruba il titolo a un film surrealista giapponese e manifesta tutto il fascino che esercitava il Giappone su Jeffrey, appassionato viaggiatore e appassionato di miti e culture primordiali ed esotiche.
Registrato nella campagna belga, uscirà nel ’90, accreditando Pierce anche come produttore.
“Jeffrey si stava impegnando con la chitarra, viveva assieme a Romi, erano amanti e compagni di gruppo assieme. Così vivevano nel loro mondo. E tutte le questioni diventavano questioni di coppia”.
La ballata di “Emily’s Changed” registra nuovi equilibri tra la musica e l’attitudine “letteraria” dei testi, “St. John’s Divine” è il mid-tempo che più degli altri sintetizza le caratteristiche musicali del nuovo corso un mix di proto-punk alla Television e di rock traditional alla Thin Lizzy, Led Zeppelin e Doors.
L’album esce per l’americana Triple X, Ramblin’. Autoritratto blues di Pierce con chiari riferimenti ai suoi autori più amati di sempre, come Howlin’ Wolf a Skip James. Il blues rappresenta ancora l’unica medicina per Jeffrey Lee e parecchi dei lavori nella sua ultima fase risultano onerati da questa “medicina”.
“Divinity”  esce nel1991. Fra i pezzi di maggior intensità l’orecchiabilissima “Sorrow Knows”,  l’hard-rock apocalittico di “Black Hole”. Sarà questa l’ultima pubblicazione a portare la firma di Kid Congo Powers.
“Amavo Jeffrey, credevo che fosse qualcosa di meraviglioso e che questa band fosse meravigliosa, ma davvero c’era qualche cosa di seriamente sbagliato, qualcosa di oscuro e sbagliato. Solitamente non ci avremmo nemmeno fatto caso, ma stavolta non c’era proprio niente di buono. E non stava nemmeno motivando la nostra creatività, la stava buttando giù”.
Questo il commiato definitivo di un membro storico del Club, tuttavia i due fondatori restano in buoni e frequenti rapporti.
Per Pierce l’esigenza di riprendere tra le mani la propria musica e di farne un diario personale diventa sempre più importante, la cosa si fa sempre più evidente nei testi e finirà per sfociare naturalmente in un altro capitolo solista con “Ramblin’ Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love”, nel 92( esce per svariate etichette:  New Rose Records, Solid Records, Triple X Records e What’s So Funny About.
Wille Love (aka Tony Melik) sostituirà Kid Congo, nell’ultima fase dei gun club.
L’accresciuta abilità tecnica di Pierce come chitarrista e l’innesto di Van Pipper all’organo rendono “Lucky Jim” il disco più “classico” e probabilmente più maturo dei Gun Club.
“A House Is Not A Home” narra la storia di musicisti senza più radici (suona vagamente familiare no?!)  “Idiot Waltz” e “Anger Blues” rappresentano bene il nuovo stile della band.
Quest’album, così autobiografico riconduce agli album solisti di Pierce. oltre ad essere un chiaro omaggio alle sue diverse ispirazioni musicali. ci trovaimo ovviamente del blues classico, del jazz, reminiscenze hendrixiane in “Ride” e del soul nella ballad  “Cry To Me”.
Impossibile ignorare la title track, visto anche come di lì a poco andarono le cose. “We need you, oh Lucky Jim/ where have you gone, oh Lucky Jim/ we miss you here, oh Lucky Jim”.

Il fantasma di Morrison riprende ad aleggiare sulla testa del suo successore.
E mentre il profetico Jeffrey era impegnato a esercitarsi alla. Romi Mori e Nick Sanderson intessono una relazione amorosa alle sue spalle e decidono di abbandonare il gruppo.
E questo decreta la sua inesorabilmente la sua fine.
Tutti gli sforzi per ripulire la propria esistenza crollano in pochi giorni sotto il peso dei vecchi demoni dell’alcool e della droga. Gli ultimi resoconti e gli avvistamenti in pubblico lo dipingono così gonfio da sembrare una rana, perso, sempre ubriaco e fattissimo, evidentemente arrivato al capolinea.
I vecchi amici lo ospitano sporadicamente in qualche show (nel ‘94 appare in un paio delle date europee dei Bad Seeds per interpretare “Wanted Man”).
Torna a Los Angeles. Ritrova Kid Congo e con lui condivide il suo canto del cigno al Viper Room di Johnny Deep.  In memoria dei vecchi tempi dei Gun Club suonano brani da Fire Of Love e Miami, che procurano ai due diverse offerte per un revival tour. La proposta cade nel vuoto Pierce si rifugia a casa della madre per dedicarsi alla stesura della sua autobiografia.

“Go tell the Mountain” è l’ennesima seduta di autoanalisi, questa volta su carta, ma senza più la funzione terapeutica ma di mero sfogo. La collezione di tutte le sue frustrazioni sfocia in un j’accuse nei confronti di tutti (o quasi) i vecchi compagni d’avventura, colpevoli di aver abbandonato la sua causa.
La fredda cronaca degli ultimi attimi di Jeffrey Lee Pierce è affidata anch’essa a un amico, che in quanto a conoscenti martiri non scherza di certo: Mark Lanegan, voce degli Screaming Trees. “Mi lasciò un paio di messaggi sulla segreteria: sembrava completamente fuori di testa ma non come quando chiamava da ubriaco. Era strano, come se fosse diventato pazzo; finalmente qualcuno richiamò, mi disse che Jeffrey era tornato, che aveva bevuto mentre era stato fuori, che il fegato gli aveva messo del veleno in circolo e ora stava passando attraverso la demenza. L’ospedale l’aveva dimesso dicendo che non c’era nulla da fare per lui, che il suo fegato era andato e lui stava morendo. Dopodiché ricevetti una sua chiamata: si trovava in Utah e sembrava normale. Gli dissi ‘che diavolo, amico, tutti dicono che stai morendo’. E lui rispose ‘oh, dicono sempre così!’. Una settimana più tardi cadde in coma e morì”.

Rest in peace Jeffrey Lee.

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SUGAR PIE DE SANTO..THIS SUGAR IS SALTY!!

Sugar+Pie+DeSanto+sugarpiedesanto

Sugar Pie DeSanto nasce col nome di Umpeylia Marsema Balinton  a  Brooklyn nel Ottobre del 1935. Da padre Filippino e madre Afro-Americana. Sua madre di professione suonava il pianoforte, mentre suo padre di musica non ne capiva un accidente. All’età di 4 anni si trasferisce con la famiglia a San Francisco. Peliya, come la chiamavano all’epoca, scopre presto la danza e il canto e fa amicizia con la vicina di casa, una terribile ragazzina di nome Jamesetta Hawkins.
Jamsetta ascoltava doo wop ed era membro della girl gang “Lucky 20’s”.
Jamsetta dopo esser stata arrestata per teppismo, decide di formare un duo vocale con una delle sorelle minori di Peliya, “the Creolettes”. Le ragazze attirano l’attenzione di Johnny Otis che le prende sotto la sua ala protettrice. Gli procura un contratto con la Modern Records, cambia il loro nome da “the Creolettes” a  “Peaches” e da un nome d’arte a Jamsetta: Etta James.
Peliya invidiosa di tutto questo, comincia a partecipare a svariati contest musicali nell’area di San Francisco. E più ne vice, più prende gusto alla competizione.
Johnny Otis, finalmente, la sente cantare, si offre di farla registrare e da anche a lei un nome d’arte “Little Miss Sugar Pie”(vista la sua figura davvero minuta). Corre l’anno 1955.
La DeSanto sforna vari dischi durante la seconda metà degli anni ’50, spesso accompagnata dal marito Pee Wee Kingsley.
Nel 1960 finalmente il successo con “I Want to Know”

Poco tempo dopo, il loro matrimonio naufraga, Sugar si trasferisce a Chicago, dove la Chess records  (leggendaria etichetta Blues) le offre10,000 dollari per registare con loro. Firma con la Chess nel ’62, ma il successo arriva solo due anni dopo.

Taking No Mess & Give Me Some Blues!
“Slip-In Mules – No High Heel Sneakers ” parla di quanto le facessero male le scarpe col tacco troppo alto.

“Use What You Got” ironizza sulla sua figura minuta, dicendo che nonostante fosse piccola, un uomo sapeva come tenerselo.
“But I’ve got everything I need to keep my man satisfied ‘cos if you know how to use what you got It doesn’t matter about your size”


“Soulful Dress”probabilmente il pezzo di maggior successo, parla di quanto si sentisse figa, nel suo vestito migliore e fosse contenta di far festa e ballare, avverte così le donne presenti di state attente perchè “I’ll be at my best When I put on my soulful dress”
“I Don’t Wanna Fuss” scala le classifiche, la DeSanto parte per un tour in Europa, di cui credo stiano ancora parlando. Balli selvaggi, piedini scalzi rotanti e di quando, durante uno show in Inghilterra,  in seguito alla presenza indesiderata sullo stage di un ragazzo molto robusto, deliziò i presenti con una dimostrazione di arti marziali. E per favi rendere conto delle proporzioni vi posto questo video dove la vediamo in compagnia di Willie Dixon.

Tornata a stringe amicizia con la (semisconosciuta) cantautrice Shena DeMell, con la quale scrive uno dei pezzi di maggior successo della Chess.  Il pezzo era così forte che, per i tempi,  non poteva essere cantato da una donna …ma da due si!! Soprattutto se l’altra si chiamava Etta James. Cantando “In the Basement,” la mente di entrambe ritornava ai tempi delleLucky 20’s. Inutile dirlo, UNA BOMBA ATOMICA!

Nel 1966 sempre dalla collaborazione con Shena DeMell. esce, Go Go Power. Ultimo lavoro sotto etichetta Chess. ALBUM BELLISSIMO!


Sugar Pie DeSanto ha continuato a scrivere canzoni e a registrare dischi per piccole etichette. E’ anche tornata a vivere vicino Oakland. Si è sposata due volte  con  Jim Moore, il suo attuale marito  17 anni più giovane di lei, nonché suo manager grazie al quale continua ad esibirsi. E non solo nei clubs in California, ma anche nei festival blues in giro per il mondo. Nel Settembre 2008, è stata  premiata con il “Pioneer Award” dalla  Rhythm and Blues Foundation.
Tutt’oggi all’età di quasi 80 anni continua ad esibirsi, ballando come una pazza, scalza e facendo roteare i suoi piedini.

MARGIE HENDRIX

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Solo pochi ricordano Margie Hendrix, (all’anagrafe “Hendricks”), come una delle migliori cantanti R&B di sempre, come meriterebbe.  Il grande pubblico l’ha quasi completamente dimentica. Nel 2004 grazie all’ interpretazione di Regina King nel film “Ray”, il grande pubblico ha conosciuto il suo nome, ma poi subito dimenticato. Scrivo questo post, perchè più che mai certi artisti NON DEVONO VENIR DIMENTICATI!
Scrivere questa biografia, è stato un inferno, sul web si trovano pochissime informazioni, e la maggiorparte di queste è sbagliata, imprecisa o incompleta, questo al momento è il meglio che sono riuscita a fare.

Margie Hendrix nasce col nome di  Marjorie Hendricks, il 13 Marzo 1935, in una piccola città chiamata Register, vicino a Statesboro (Georgia).
Comincia cantando, suonando il piano e dirigendo il coro della chiesa locale.
A circa 18 anni si trasferisce a nord di Brooklyn, NY.
Il suo primo disco solista è del 1954 su etichetta NY Lamp / Aladdin e contieneva  i pezzi “Every time” / “Good treatment”.

Nel 1956 entra al posto di Beulah Robertson nelle “Coockies”, la prima band che  accompagna Ray Charles nel periodo con Atlantic nei primi anni Sessanta.
Nel 1958 lascia le “Coockies” e forma  le “Raelettes” e in quell’anno ha anche inizio la relazione amorosa con Ray Charles, che va avanti sei anni, fra abuso d’alcol ed eroina e dalla quale, un anno più tardi,  nasce loro figlio, Charles Wayne.
Margie era di piccola statura ma con una grande voce, come voleva la tradizione delle cantanti molte delle sue colleghe che cantavano R & B: Etta James, Big Maybelle, Ruth Brown, Sugar Pie De Santo e Lavern Baker.
E’ sua, la voce di risposta a Ray Charles in canzoni come “Hit the road Jack” e “Right time”.
Il suo secondo 45 giri esce nel 1964, sotto la dicitura di “Margie Hendrix and the Vocals” per la “Tangerine record corporation” di Los Angeles. Etichetta creata da Ray Charles dopo il contratto  con l’ ABC.
Side A:
“Let no one hold you” R&B ruggito, ballabile, emozionante.

Side B:
“A lover blues” un pezzo dolce-amaro con il coro che ripete confortante “it’s all right”,  mentre Margie canta e Ray Charles suona il pianoforte.
Le nuove “Raelettes” con Buon Clayton ne fanno la cover due anni dopo.

Nel 1964 la relazione con Ray Charles finisce dopo una lite furibonda.

Margie firma con la Mercury, con la quale incide sei 45 giri:

Nel 1965
Side A “Baby” inizia con una chitarra blues,  Margie ruggisce e mi fa tremare il cuore, pezzo struggente, sensualissimo.

Side B “Packin’ up ‘”  velocissimo, sincopato, Margie urla e ringhia, il ritmo è quasi tribale. Purtroppo il pezzo sono riuscita a sentirlo solo a metà e non ho trovato niente su youtube.

Mentre i nuovi Raelettes si dirigevano verso suoni più morbidi, Margie stava andando nella direzione opposta.

Il secondo, sempre nel 1965, registrato a Chicago arrangiato da Burgess Gardner e  prodotto da Andre Williams.
Side A ”Now the hurts on you” (al momento non trovata)

Side B “I found the love” cover dei Falcons, sicuramente eseguita egregiamente, ma che con grandissimo disappunto non son riuscita ad ascoltare.

Nel 1967 escono gli altri quattro:
Il primo, Side A “Nothin’ but a Tramp!” pezzo ballabilissimo, chitarra blues , groove tipico di quel soul che a fine 60’s strizzava l’occhio al funky, e lei..grooooaaar!!

Side B “The question”, R&B lento, chitarra blues, cantato con cuore e stomaco.

Il secondo
Side A “Restless” Margie ruggisce, il pezzo suona sinuoso e  selvaggio.

Side B “I’m on the right track” Margie incazzatissima, R&B spacca culi, ruvido, chitarra blues e fiati ad esaltare il tutto, come glutammato.

Il terzo
Side A “one room in paradise” suona decisamente più soul, anche se il carisma selvaggio di Margie non era certo contenibile.

Side B “Don’t Take Your Good Thing” urlata disperatamente, ma su un arrangiamento soul con cori molto soft, probabilmente la Mercury cercava di farle prendere una piega più morbida.
Il mix dolce-amaro lo rende un pezzo da brividi, ma questo è il mio parere, purtroppo le vendite non andavano bene.

In 1968 Margie incide gli ultimi lavori con la Sound Stage.
Registra a Memphis, con Bergen White

Sode A “Don’t destroy me” R&B ruggito con coro che risponde a Margie e pianoforte rassicurante di sottofondo.

Side B “Jim Dandy” versione funky del pezzo di Lavern Baker.

Il secondo 45 con “Somebody’s gonna plow your field” / “I have got your mama’s recipe”. Tracce entrambe messe in commercio in Francia e Germania, ma senza gran successo.

L’ultimo 45 “Do right baby” al tempo non messo in commercio,  ma successivamente inserito nell’ LP “Southern Soul Sisters” del  1987.
Nonostante Margie avesse firmato con una major e  nonostante la relazione sentimentale  e musicale  con Ray Charles, inspiegabilmente, non ha mai avuto successo commerciale. Inspiegabilmente perchè se la sentite cantare anche solo una volta, di sicuro una voce così non la scordate più. Era eccezionale.
Muore di overdose d’eroina nel 1973.

Ray Charles scrisse per lei “Margie” :

My little Margie, I’m always thinking of you, Margie
I’ll tell the world I love you so
Don’t forget your promise to me
I have thought of home and ring and everything.

For Margie, you’ve been my inspiration
Days are never blue
After all is said and done there is really only one
And that’s Margie, Margie it’s you.

After all is said and done there is really only one
And that’s Margie, Margie it’s you, you, you , you.

Discography (solo su vinile)

Everything / Good treatment ~ LAMP 8002 (1954)
Let no one hold you / ListenA lover’s blues ~ TANGERINE 940 (1964) (with the Vocals)
Baby / Packin’ up ~ MERCURY 72420 (1965)
Now the hurt’s on you / I found my love ~ MERCURY 72484 (1965)
The question / I call you lover but you ain’t nothing but a tramp ~ MERCURY 72673 (1967)
Restless / On the right track ~ MERCURY 72701 (1967)
One room paradise / ListenDon’t take your good thing ~ MERCURY 72734 (1967)
Tell the truth / Leave me if you want to ~ MERCURY 1-36653 (unissued)
Don’t destroy me / Jim Dandy ~ SOUND STAGE 7 2624 (1968)
I’ve got your mama’s recipe / Somebody else is gonna plow your field ~ SOUND STAGE 7 2631 / MONUMENT 680025 (1969)
Do right baby ~ SOUND STAGE 7, unissued at the time, but included on Charly UK LP CRB 1155 “Southern Soul Sisters” from 1987

SPARKLE MOORE THE BLONDE ROCKABILLY QUEEN!

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Decisamente meno conosciuta di Wanda Jackson, ma non meno fondamentale per lo sviluppo del rockabilly, l’esplosiva bomba platinata: Sparkle Moore. Proclamata anche lei “regina del rockabilly”  nel settembre 2010, al Rock and Roll Hall of Fame (Iowa), dove le viene riconosciuto lo status di pioniere del r’n’r.

Nata come Barbara Morgan, il 6 novembre 1936 a Omaha, Nebraska.  Il suo nome d’arte, Sparkle Moore, viene da Sparkle Plenty per via della somiglianza con il personaggio del fumetto di Dick Tracy.
Comincia a manifestare il suo interesse per la musica a soli 10 anni, quando viene stregata da una chitarra acustica in acciaio hawaiano acquistata in un banco dei pegni. Cresce con gli jodel e  le melodie di Jimmie Rodgers e le canzoni di Hank Williams. Durante le scuole elementari comincia a suonare il violoncello. Alle superiori contrabbasso e fagotto nell’orchestra della scuola e nella banda.

Nel 1954, con la comparsa di Billy Haley la sua attenzione viene completamente catturata dal  rock and roll. I  musicisti della zona  cominciano a trovarsi regolarmente nel suo scantinato per suonare. La ragazza, appena diciottenne, va completamente fuori di testa per il rock and roll, e scappa di casa per unirsi ad una band di New Orleans.

Nel 1956 Grahame “Crackers” Richards, un Disc Jockey a stazione radio KOWH a Omaha, Nebraska, la scopre e decide di diventare immediatamente il suo manager. In una settimana, Grahame le trova cinque diverse offerte per incidere dalle maggiori etichette del momento.

Firma con la Fraternity Records di Cincinnati ed esce il suo primo 45 giri con “Rock-a-Bop” e “Skull and Crossbones”.


Nel 1957, esce il secondo 45 con “Killer” e “Tiger” . Ogni cantante donna in quel periodo viene  etichettata come “Female Presley”, ma probabilmente lei era quella che lo meritava di più.

Parte in tour, i suoi capelli biondi, le sue giacche sgragianti e la sua chitarra appaiono in negozi di dischi, scuole, discoteche, e ovunque ce ne fosse la possibilità.
Apre un concerto per Tommy Sands, suona con Gene Vincent, Ronnie Sé, il Grand Old Opry, Sammy Davis Jr. e molti altri.
La sua musica viene considerata selvaggia e decisamente sconveniente per una donna del tempo. E per sottolineare questo aspetto solitamente lei si veste da uomo.

L’apice del suo successo va dal ’56 al ’59,  poi viene quasi del tutto dimenticata, ma non smette assolutamente di suonare o di portare il suo contributo alla musica.
Gira con la sua chitarra e la sua Harley tutta la California, inseguendo il mito di Hollywood e del successo immediato. Non arriva ad ottenere il successo di altri artisti, ma non perchè non lo meritasse ed oggi, guardandosi indietro, è inegabile che sia stata una DELLE PRIME DONNE DEL R’N’R MADE IN U.S.A.
I suoi pezzi sono tuttora potenti, selvaggi e  rivoluzionari.
Inoltre prediligendo l’autoproduzione e la  creazione di registrazioni casalinghe, le va anche riconosciuto il suo ruolo di guru D.I.Y della musica.
Ha scritto, arrangiato, cantato, suonato e registrato musica originale, canzone dopo canzone per oltre quattro decenni, progressivamente utilizzando i più moderni sistemi di registrazione disponibili.

“SPARK-A-Billy” il suo ultimo cd, uscito nel 2010 contiene gran parte delle sue registrazioni autoprodotte.

Negli ultimi anni, grazie ad un revival rockabilly in Europa, sono riemerse molte registrazioni d’epoca, fra cui le sue. Ripubblicate su molteplici compilation dalla ACE Records di Londra e da  altre etichette. Altri artisti hanno coverizzato le sue canzoni e  le vengono offerte numerose occasioni per tenere concerti rockabilly sia in Europa che negli Stati Uniti.

Per il suo fondamentale contributo al rockabilly femminile e più tardi rock and roll come lo conosciamo oggi e per l’ispirazione ha fornito a molte di quelle prime donne Rockin ‘, Sparkle Moore non deve assolutamente  essere dimenticata.

Discography
NEW RELEASE
Sparkle Moore (CD) -Sept 1, 2010 – SPARK-A-BILLY

ORIGINAL RELEASES (45’s)
Fraternity F-751 – Nov 17, 1956 – Rock–Bop(1)/Skull And Cross Bones(2)
Fraternity F-766 – May 1957 – Killer(3/Tiger(4)
Unissued Tracks – Flower Of My Heart(5), Killer [alt. vers.](6), Tiger [alt. vers.](7)

COMPILATION REISSUES
Ace CDCHD 1016 (CD) Good Girls Gone Bad (Wild, Weird, And Wanted) (1,2,5,6,7)
Ace CDCHD 316(CD) All American Rock ‘N’ Roll From Fraternity Records (1,3,4,5)
Ace CDCHD 815 (CD) Them Rockabilly Cats (1)
Ace CDCHD 822 (CD) All American Rock ‘N’ Roll: The Fraternity Story, Vol. 2 (2,4)
Crown 56-200 (LP) Rock, Rock, Rock, Vol. 2 (1)
Eagle EA-R 90207 (CD) Cool Off Baby (1)
Folkline 274-162 (CD) Rockabilly Kittens, Vol. 2 (1)
Pompadour DA 002 (10-in LP) Man’s Ruin: Skin-Tone Rock ‘N’ Roll (2)
Rounder 1031 (LP) (Cassette) Wild, Wild Young Women (1,2)
Supersonic LP-FV 1172 (LP) Hot Boppin’ Girls, Vol. 4 (1,2)
Unlimited Prod. ULP 1006 (LP) Let’s Have A Ball (1)
Toro Records, ETCD1013 (CD) Welcome to the Club (Early Female Rockabilly) (13,16)

English infos here!  ——-> http://sparklemoore.net/

La gran Tirana, La regina del Latin Soul, LA LUPE

La-Lupe-(101)

LA LUPE ENGLISH BIO
Well known for her high level of camp and her energetic performances, La Lupe was one of the Spanish-language world’s greatest performance. Born in Cuba to a poor family, La Lupe began her life as a schoolteacher in Havana at her father’s request. However music was in her blood, and against his wishes she entered a singing competition on the radio where she won first place. Later she joined the singing group “Trio Los Tropicales” and made many successful club debuts throughout Havana. Her performances, which included Rock ‘N’ Roll songs in Spanish combined with heavy antics made her a smash in the Cuban music scene and she continued to make hit albums. However, after the Cuban Revolution of 1959, La Lupe felt that she could no longer live in a country that did not accept her performances, which were classified as anti-revolutionary. She left Cuba for Mexico in 1962, where she sought acceptance, but was never accepted. Later she moved to New York, where she met fellow Cuban musician Mongo Santamaría. Both teamed up with to make the album make “Mongo Introduces La Lupe” in 1963. That album made her a star and later she joined up with the legendary Tito Puente to make four successful albums. Voted the best singer by the Latin press in 1965 & 1966, La Lupe went on to become one of the top two divas of salsa music (the other was Celia Cruz). It was during these years thats he produced some of her greatest songs, especially those written by Puerto Rican composer C. Curet Alonso, such as “La Gran Tirana” and “Puro Teatro”. In the 1970’s La Lupe saw her career decline somewhat. First she was banned from television from Puerto Rico after she tore her clothes off during an awards ceremony on national television. Next, her record label, Tico Records, was purchased by Fania Records, and company executives decided to focus their energies on the less controversial Celia Cruz. Although she had several hits during that decade, she faded into obscurity. In the 1980’s, La Lupe, who retired from the industry, saw herself destitute. Her husband’s medical bills, her large donations to the African-based religion of “Santeria”, and her personal problems often left her and her family homeless. She became paralyzed following a domestic accident and was healed by an evangelical preacher. After this, she converted to evangelicalism and recorded Christian orientated material in the late 80s. She continued her devotion to evangelism until her death in 1992. La Lupe never saw the surge in her popularity after her death, especially after the legendary Spanish director, Pedro Almodovar chose her song, “Puro Teatro,” to be the closing song of his hit film, “Women on the Verge of a Nervous Breakdown”. Fania re-released her records on their Tico labels during that decade, and many of her records went platinum throughout Spain and Latin America. Considered to be a combination of Bette Midler meets Judy Garland with a dash of Eartha Kitt, La Lupe’s largest fan base is primarily the gay Latin community. Many drag performers imitate her and she is considered to be the Judy Garland of the Spanish-language world due her torrid love affairs, poor financial management, and her bout with bipolar-ism. She is considered one of the greatest musical divas the world has ever known.

Introduzione:

La Lupe intervistata nel 1971 diceva: “Penso che la gente come me, quelli che fanno quello che gli pare, non lo facciano perchè sono liberi.”
Certo, ci sono quelli che dicono che Yi Yi Yi, sia stata l’incarnazione pura di spirito libero, per altri era solo posseduta.
Letteralmente.
Nessuna sorpresa se lo fosse stata davvero, data la sua abitudine di gettarsi contro le pareti di scena durante le sue performance, di strapparsi di dosso i vestiti, di gettare via scarpe e gioielli e graffiarsi, simulare orgasmi e agitarsi come se fosse in trance.
“Io canto con delirio!” diceva.
La Lupe trasformava ogni canzone in un dramma pieno. Alcuni l’hanno criticata per il modo succinto di vestirsi, mentre altri  abbracciarono la sua dirompente sensualià, senza remore.
Le sue performance sul palco e le registrazioni dei suoi dischi riflettono la sua tumultuosa vita personale. Non a caso uno dei suoi brani più famosi si chiama “Teatro Puro”.
La sua voce era capace di coccolarti come la più dolce delle mamme, ma anche di incenerirti come il più terribile degli incendi. La Lupe era un cocktail esplosivo fatto con un po’ di Eartha Kitt, Edith Piaf, Olga Guillot, e Nina Simone. Fatto di boleri e montuno Sones, di canzoni pop, rock and roll, jazz e classici numeri di Broadway.
Né La Lupe né nessun’altro furono mai in grado di contenere la sua inesauribile energia. Nemmeno Fidel Castro ci riuscì.
La sua musica era un gioco straziante tra l’impulso e l’ artigianato, il suo palco poteva essere la strada, un club o una sala per concerti.

La sua musica catturò l’interesse di celebrità internazionali come Marlon Brando, Ernest Hemingway e Picasso.
Sembrava che chi l’avesse vista in televisione, chi l’avesse sentita cantare, chi l’avesse incontrata, mai l’avrebbe potuta dimenticare, eppure, l’ incoronata “Regina del Latin Soul” morì come il più comune del poveri.

Dicevano di lei:
-Un popolare conduttore televisivo la definì come una leggendario personaggio capace di incarnare contemporaneamente: “il sesso, il fuoco, l’anima, e il voodoo”.
-La rivista Look dichiarò: “in confronto a lei, Jane Birkin suona come un cane “.
-Il suo nome venne spesso associato ai termini “drag queen” e “droga”.
-Un giornale cubano la defì “uno strano fenomeno che divide Cuba in due “
-Fidel Castro l’accusava di rubare l’attenzione alla rivoluzione, e la fece cacciare da Cuba.
-“Lei è Janis, Aretha, e Edith Piaf mescolati in uno solo. Potrebbe fare una fortuna nel campo del rock … La Lupe è devastante e sembra che sia devastante anche per se stessa, Jim Morrison dovrebbe prenderne nota“.
-“La Lupe è stata un fenomeno del suo tempo, in un periodo di totale follia, ha assorbito tutta questa follia per poi rigettarla fuori.”

BIOGRAFIA
La Lupe, il cui vero nome era Lupe (anche se alcuni dicono fosse Guadalupe) Victoria Yoli Raymond, nata a San Pedrito, piccolo villaggio vicino a Santiago di Cuba.
Non si sa esattamente in che anno sia nata, se il 23 Dicembre del 1936 o 1939.
La sua città natale era piccola e rurale. Norma Yoli, sorella Lupe, la descrive come “una delle tante ragazze nere a cui nessuno prestava attenzione e che amava la conga e la danza.”
L’ispirazione per il canto le venne dopo aver visto uno spettacolo televisivo con Edith Piaf, era solo una bambina.
I suoi genitori però volevano facesse l’insegnante e la piccola Lupe voleva accontentarli, ma resistere alla sua passione per la musica, era sempre più difficile. Così finì per studiare di giorno e cantare di notte, era ormai adolescente e con la famiglia s’eran trasferiti a Havana.

Fra il ’57 ed il ’60 vince un concorso di canto e conosce Olga Guillot che la incoragia a coltivare il suo stile.
Ben presto la ragazza diventa parte integrante vita notturna di Cuba.
Un trio chiamato Tropicuba, fu il suo trampolino di lancio. Nel gruppo suonava anche il suo primo marito, quando si rese conto di venire tradita, intraprese la carriera solista.
Un club chiamato The Network divenne il  tempio per le sue performance trasgressive, nelle quali si spogliava, picchiava se stessa e i musicisti dell’orchestra, lanciava scarpe e si stracciava i vestiti.
Era inquietante come potesse essere molto femminile e allo stesso tempo molto maschile e aggressiva.

(lady gaga non ha inventato un cazzo di niente..ma questo noi già lo sapevamo!)

Nel 1960, firma il suo primo contratto discografico con la RCA di affiliazione, Dis-Cuba Records.
Con i due primi LP, con “El diablo en el cuerpo” e “Lupe Is Back”, afferma il suo personale stile musicale che userà per tutta la sua carriera. cantando in “Spanglish”, mescolando canzoni pop conosciute come “Fever”(”Yesterday”, “Dominique” dei Singing noun “Twist and Shout” “Unchained Melody and America from West side story) con lo spagnolo.


Nel 1962, La Lupe, sollecitata da Castro, lascia Cuba alla volta prima del Messico, poi di Miami, e infine di New York.
Era famosa a Cuba, ma a NY non era nessuno. Fortunatamente per La Lupe, la sua grande occasione arrivò tramite un compagno di esilio con cui aveva già lavorato, Mongo Santamaria.
Mentre registravano ‘Watermelon Man’ si mise ad urlare delle battute senza microfono.
Il produttore le fece dare un microfono e in men che non si dica, La Lupe non solo entrò a  far parte di una band famosa, ma la sua voce era parte del loro più grande successo.
Nel ’63 esce  “Mongo introduces La Lupe”, l’album non ha molto successo ma foto e  nome di La Lupe finiscono sulla copertina di un LP e le danno l’occasione per fare un tour.


La folle e selvaggia personalità della vocalist diventò presto oggetto di svariate storie e pettegolezzi. Nessuno aveva mai visto nulla del genere prima, le sue performance erano uniche, grottesche, drammatiche.
Nel 1965, la band di Mongo è sempre più orientata sul Jazz, così La Lupe, che cominciava a guadagnare popolarità, lascia la band e comincia a collaborare con Tito Puente Altalene.
Nel 1965 registrano insieme The King swings, the incredible Lupe sings e Tú y yo per la Tico Records

Puente fu sicuramente il mentore della cantante, ma presto il successo di lei cominciò ad oscurare la fama di lui e a Puente questo non piaceva. Così  cominciò a sfruttarla.
Fortunatamente per lei, Morris Levy, proprietario della Tico Records, amava il talento della vocalist cubana e le offrì un contratto da solista.


Fra il 1966 e il1974 registra una dozzina di album, un evento che avrebbe potuto essere battezzato con lo stesso nome del LP di La Lupe che uscì nel ’68 “La Lupe’s Era”.
Homenaje a Rafael Hernández 1966 (with Tito Puente)
 La Lupe y su alma venezolana 1966
A mí me llaman La Lupe 1966
The King and I 1967 (with Tito Puente)
The Queen does her own thing 1967
Two sides of La Lupe 1968
Queen of Latin soul 1968
La Lupe is the Queen 1969
Definitely la Yiyiyi 1969
That genius called the Queen 1970
La Lupe en Madrid 1971
Stop, I’m free again 1972
Pero cómo va ser 1973

Un encuentro con La Lupe – with Curet Alonso 1974
Divenne così, una star, strapagata, conosciuta anche oltre Oceano e acclamata in Spagna. Partecipò a vari festival rock con artisti come Iron Butterfly, Jethro Tull, le Supremes e Ray Charles .
Nel 1973, il conduttore televisivo Dick Cavett invita La lupe nel suo show. La maggior parte dei musicisti americani non aveva mai suonato un tempo latino in 6/8, quindi ci vollero diversi tentativi per farlo bene. Anche se era solo una prova, Lupe cominciò a entrare nella loro area, ed i musicisti stavano morendo di risate, non aveva mai visto niente di simile. Ma sembrava fantastico. Poi venne il momento di registrare lo spettacolo e lei tornò completamente vestita di lustrini dorati.
La gente sapeva che stavo assistendo a qualcosa di diverso di quanto avessi mai visto.
Quando finì la sua versione di “Afro Blue”, il pubblico televisivo nazionale aveva visto più curve voluttuose  di quello che avrebbe potuto vedere, per non parlare della quasi nuda Dick Cavett che ballava con la cantante cubana.

Nel frattempo la televisione tradizionale cubana,  la Fania Records e il suo evento principale, la Fania All Stars, erano all’apice del loro sucesso nel mercato latino con le sonorità salsa. La salsa era musica afro-cubana giovane e moderna, contribui a rivoluzionare la scena musicale latina nella Grande Mela e non solo. Molte delle hit salsa erano scritte da Tite Curet Alonso, che anni prima aveva incoronato La lupe come “La Gran Tirana”, la “regina del Latin Soul”. E che ora incoronava Celia Cruz “Regina della Salsa”.
Negli anni 70, la luminosità di La Lupe inizia a diminuire. Il decennio degli anni ’80 fle diede il colpo di grazia definitivo. Le voci di consumo di stupefacenti, i problemi economici e  un incendio nel suo appartamento,  la ridussero in completa povertà. Smise di praticare la Santeria, e si convertì al Protestantesimo.


Nel 1992, quando morì nel sonno per un attacco di cuore all’età di 56 (o 59) anni, molti si sono riuniti per piangere una delle più grandi star della storia della musica, molti di loro anche se non l’avevano mai vista in Tv o sentita cantare.

E’ stata una combattente tutta la vita, ha lottato per il superamento degli ostacoli razziali, politici e personali.

“Io sono nera e cubana, non ci sono in giro molte persone come me, molti hanno pregiudizi nei confronti della gente grassa..” aveva detto a Rolling Stone 20 anni prima della sua morte.

KOKO TAYLOR, THE BLUES QUEEN!

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Nasce con il nome di Cora Walton nella contea di Shelby, Tennessee, il 28 settembre 1928. Figlia di un mezzadro. Nel 1952 in compagnia del marito, (il camionista Robert “Pops” Taylor) lascia Memphis per Chicago. Alla fine del 1950 inizia a cantare nei blues clubs di Chicago. Willie Dixon la scopre nel 1962, resosi conto dell’enorme talento della Taylor, le procura contatti, ingaggi e il suo primo contratto discografico con Chess Records. La Taylor firma con la storica etichetta blues nel 1965. Per chi non lo sapesse, la Chess Records produceva gente del calibro di Muddy Waters, Howling Wolf,lo stesso Willie Dixon, Little Walter e Etta James (solo per citarne alcuni). Ed è per La Chess che Koko registrò il suo maggiore successo: “Wang Dang Doodle”. La canzone era stata scritta da Dixon e registrata da Howlin’Wolf cinque anni prima. La versione della Taylor riscosse un enorme successo, raggiunse il numero quattro sulle classifiche R & B nel 1966, e vendette la bellezza di un milione di copie. Successivamente la Taylor registrò diverse versioni di “Wang Doodle Dang” nel corso degli anni, compresa una versione dal vivo al Festival Blues Folk americano del 1967 accompagnata dall’armonica di Little Walter e dal chitarrista Hound Dog Taylor. Nel 1968 registrò uno dei duetti più penetranti della storia della musica, “Insane Asylum” con Willie Dixon, autore anche della canzone. Successivamente registrò molto altro materiale, comprendente sia brani originali che cover, ma purtroppo, nessun altro brano ebbe mai il successo di “Wang Dang Doodle”.

DA PIANGERE!

Tuttavia, i tour nazionali a cavallo tra fine ’60 e primi ’70, contribuirono ad accrescere la sua fama e la sua schiera di fan. Nel 1975 firmò con la Alligator Records per la quale incidette nove album, per 8 dei quali le venne data la nomination al Grammy, questa notorietà del tutto meritata la consacra come vera e propria leggenda del blues,(nonostante fosse donna). Vinse venticinque WC Handy Awards (più di qualsiasi altro artista abbia mai vinto). Nel 1981-1982 partecipa alla tournée internazionale “Blues with the Girls” con Zora Young e Big Time Sarah. Nel 1989 un grave incidente d’auto quasi ce la porta via, ma la Taylor oltre a ruggire come un leone, ha anche la pellaccia dura, e si riprende. Nel 1990 fa parte del cast di due film: “Blues Brothers 2000” e “Wild at Heart”. Nel sequel dei “Blues Brothers” canta in una band inventata appositamente per il film, “The Louisiana Gator Boys”, fra i componenti ci troviamo: B.B.King, Gary U.S.Bonds, Bo Diddley, Eric Clapton (e molti altri). Nel 1994 apre a Chicago un club blues chiamato: “Division Street”, purtroppo ora il club non esiste più.

Koko Taylor ha influenzato musicisti come Bonnie Raitt, Shemekia Copeland, Janis Joplin, Shannon Curfman, Susan Tedeschi e molti altri. Negli anni precedenti alla sua morte, aveva una media di oltre 70 concerti all’anno. La potenza della sua voce era direttamente proporzionale alla sua grandissima attitudine e al suo immenso amore per la musica.

La sua ultima apparizione live è stata al Blues Music Awards, il 7 maggio 2009.

Koko Taylor muore il 3 giugno 2009 a causa di un’emoragia gastrointestinale dovuta alle complicazioni causate da un intervento chirurgico avvenuto il 19 maggio dello stesso anno.

The Atlantic Records

Fondata nei primi anni cinquanta ad Ahmet da Jerry Wexler e Nesuhi Ertegün. Nata come casa discografica indipendente, negli anni sessanta entrò a far parte delle major del business del jazz e della musica pop.

Quella di cui voglio parlare, è la prima Atlantic, che produceva musica Soul e R&B meravigliosa. Ci Sono diversa compilations che raccolgono il meglio del meglio della produzione (e che io ho trovato a Firenze a 5 euro l’una!! :woot: ), 28 tracce a cd. Li sto comprando tutti e sono spesso la salvezza dei miei djset.

L’R&B era il rock’n’roll prima del rock’n’roll, parlava di amore e sesso e di “cattive abitudini” (balli selvaggi, alcol e sigarette).

LaVern Baker_ Saved

The Coasters(uno dei miei gruppi r&b preferiti) – Poison Ivy (parla di me 😛 )

Ray Charles – (Night Time Is) The Right Time

e partiamo intanto con questi tre video