JEFFREY LEE PIERCE & The GUN CLUB

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Ci sono varie tipologie di esseri umani e fra queste numerose sfaccettature ci sono gli assetati, li chiamerò così. Riferendomi a Rimbaud:
“È la mia sete così folle, intima idra senza fauci che insidia e affligge.”
Quello che ti avvicina all’illuminazione, che ti eleva al di sopra delle masse, spesso ti distrugge, ti rende un emarginato, un vizioso.Ti fa bruciare in fretta e morire giovane.

Jeffrey Lee Pierce nasce ia Montebello (LA) 1958, da madre d’origini messicane che lui rivendicherà sempre con molto orgoglio. Il giovane Jeff crescerà quindi a Los Angeles, una delle poche città americane a seguire la scena punk inglese e New Yorkese. Appassionato di letteratura e musica, colleziona libri e dischi in grandissima quantità, spende la sua adolescenza procacciandosi tali tesori. Di cui ha fame, e più ne divora, più ne vuole di nuovi.
Conciliando le sue due grandi passioni comincia a scrivere di musica per svariate fanzine e perde completamente la testa per Blondie e grazie alla sua imperturbabile tenacia riesce a farsi elegere presidente del suo fan club.
Doveva avere un debole per le bionde da ragazzino, probabilmente parte del suo look bizzarro era un tributo a Marilyn Monroe oltre che a Blondie. Certo su di lui capelli biondi (gelosamente conservava un biglietto di Debbie con istruzioni e consigli per la decolorazione) e rossetto donavano meno, ma non era questo il punto. Non gli interessava essere carino, anzi, piuttosto si divertiva a provocare, anche creando disagio. Una sorta di shock surrealista.
Nel 1979 al ritorno dalla Giamaica il giovane Pierce si mette alla ricerca di un corrispettivo musicale che fonda assieme il fascino arcaico degli sciamanie della cultura gitana e si imbatte nei nastri del delta blues, impara a strimpellarvi su la chitarra e finisce fra le fila di una band di rockabilly, i Cyclones di Pleasant Gehman.
L’incontro con Brian Tristan, meglio conosciuto come Kid Congo Powers, sposterà le sue mire dalle sei corde al microfono e contribuirà a ribattezzare la formazione, orfana del vocalist originale, Creeping Rituals.
Ne Pierce ne ancor meno Kid Congo avevano idea di come suonare o cantare, avevano solo una gran voglia di farlo.
Se lo senti fallo. Credo che se esistessero dei comandamenti del punkrock questo sarebbe uno dei principali.
Pierce suggerisce al compagno di accordare la chiatarra in re aperto e di suonare con lo slide, come facevano i bluesman.
Il nome Creeping Rituals ha detta di Keith Morris, cantante dei Circle Jerks e, all’epoca, coinquilino di Pierce,  sa troppo di “gotico-decadente”.
Fu Keith a suggerire il nome di Gun Club.
Ma la vera svolta fu l’entrata della una nuova sezione ritmica dei Bags: Rob Ritter al basso e Terry Graham alla batteria,(dei Bags faceva parte anche Patricia Morrison che sostituirà Ritter al basso nel’84.) Rob e Terry sapevano davvero suonare e questo cambiò molto le cose.

Prima di registrare il primo album, nella mia opinione, uno dei migliori dischi mai registrati, “Fire of Love”, Kid Congo Power viene assoldato dai Cramps.
Ironia della sorte, gli subentra Ward Dotson che smaniava per suonare con i Cramps, ma che Ivy e soci avevano scartato.
Fire Of Love viene registrato in soli due giorni, correva l’anno 1981 (ed io nascevo, puta caso 😛 ). L’album contiene due cover di pezzi blues:
“Preaching  Blues” di Robert Johnson e “Cool Drink of Water” di Tommy Johnson. Il resto dei pezzi sono interamente scritti da Pierce, apparte “for love of Ivy” scritta con la collaborazione di Kid Congo Power, (“You look like an Elvis from hell”, dedicata per l’appunto a Poison Ivy dei Cramps.)
A pubblicarlo fu la Slash Records, l’etichetta omonima di una fanzine locale sulla quale Pierce aveva tenuto un paio di rubriche (tema “il rock delle origini”).
Originariamente pubblicato dalla LA-based Ruby. L’album attirò anche l’interesse del pubblico europeo e fu pubblicato  in Inghilterra dalla Beggars Banquet, e in Francia dalla New Rose.

Questo disco ha avuto una grande influenza soprattutto sullo sviluppo del garage rock e dello psychobilly americano,  uscendo fuori da etichette preconfezionate e venendo appellato nei modi più disparati, il più azzeccato probabilmente come “voodoo rock”. Paludoso, improvvisato, mistico, infuocato, un disco alla Lomax nell’epoca elettrica.
Non ingiustamente, considerato dalla critica una delle pietre miliari del punk rock degli anni ’80.

Pierce firma per la  Animal Records, un’etichetta istituito da Chris Stein, chitarrista dei Blondie .
Stein non era un fan dei chitarroni, lo fa presente a Pierce, che gli da il nullaosta. Ed esce “Miami”, nel’82, il secondo album di Gun Club, molto molto diverso d “Fire of love” che aveva il ruggito, la freschezza e l’improvvisazione di un album in presa diretta. “Miami” è un album più sofisticato, calcolato, mediato e ciò comporta anche molte critiche dal pubblico che lo definisce “piatto e freddo”. Nonostante le critiche quest’ulteriore svolta permette alla band di evolvere il suo sound e di prendere connotati più riflessivi con pezzi come: “Carry home”, “ Mother earth”,“Brother and sister”e “Watermellon man”.
“A devil in a woods”,”John Hardy”,“Like Calling up Thunder”,“Texas Serenade” ricordano invece più il primo album, ma comunque il basso in primo piano è la chitarra così lontana, l’uso di steel guitar molto dolci, rendono il sound del secondo album completamente diverso dal primo.
“Miami” è un album anni 80, riconoscibilmente anni 80, “FIRE OF LOVE” è un album senza tempo, ha un’atmofera unica, inclassificabile ed è questo che l’ha reso così prezioso e seminale.
“Miami” contiene tre cover: una dei Creedence Clearwater Revival “Run Through the Jungle”, “Fire of love” di Jody Reynolds e la sopracitata “John Hardy” canzone folk popolare cantata anche da Lead Belly e Bob Dylan.

Anche la foto in copertina simboleggia abbastanza lo stato di salute della band: nella foto di gruppo manca Rob Ritter, licenziatosi a registrazioni appena concluse (Ritter diventerà Rob Grave e entrerà nei 45 Grave, morirà d’overdose nel ’91) . E gli altri due componeti presto lo seguiranno: il batterista Graham (di lato a Pierce) e il chitarrista Ward Dotson (dietro Pierce).
E profeticamente Pierce restò da solo.
Jeffrey e quelli della Animal records non potevano restarsene con le mani in mano. reclutano così una line-up provvisoria : Jim Duckworth al basso, Dee Pop dei Bush Tetras alla batteria, lo stesso Jeffrey Lee alla chitarra.
Nel ’83  da materiale inutilizzato nasce l’ep “Death Party”, intriso dal binomio “eros e thanatos”, argomento caro a Jeffrey Lee. Assieme alla dissonante title track, scritta con alcuni membri dei Flipper, il mini comprende altri quattro pezzi: la splendida ballata “The House On Highland Ave”, che mostra la notevole maturazione di Jeffrey in qualità di songwriter. “The Light Of The World” e “The Lie” più oscuri,lugubri e tombali. A chiudere, una veloce scheggia punk guidata dai tamburi, “Come Back Jim”. Probabilmente dedicata a Jim Morrison.

Anche accompagnata al genio, però, l’abuso di droghe e alcol che fra l’altro, Pierce poco reggeva, non facilita la stabilità all’interno del gruppo,  Alla vigilia della tournée australiana, Pop e Duckworth si rifiuteranno di prendere l’aereo per Melbourne e lasceranno Jeffrey Lee ancora una volta da solo.
Ma la critica dell’epoca sentenzia che “i Gun Club sono Jeffrey Lee Pierce” e lui che lo sa bene s’imbarca su quel volo ugualmente, portando con sé la bassista Patricia Morrison. Riservandosi di trovare le altre comparse sul posto. Il destino gli dà ragione e tiene in serbo per lui una gradita sorpresa: ad aspettarlo in terra oceanica c’è Kid Congo Powers, libero dai suoi impegni con i Cramps e disposto a riprendere l’avventura con la sua prima band. Dalle sue testuali parole: “in Australia ci aspettava un sacco di gente. Era il popolo dei Birthday Party e la nostra fama di garage band più bevuta e drogata d’America doveva averci preceduto”.
Non smentendo affatto le voci a riguardo, il tour australiano riescì a ridare al gruppo la spinta che gli ci voleva e, al ritorno in America, Pierce decise “per qualche strana ragione” di riarruolare il primo batterista Terry Graham.
Nonostante la formazione sia tornata per tre quarti quella dell’esordio, i risultati saranno del tutto inediti: “The Las Vegas Story” (1984) segue il filo di MIAMI.
“Eravamo nella nostra fase free jazz, stavamo esplorando nuovi territori e volevamo un disco che ci soddisfacesse. Sapevamo che quel combo aveva del potenziale ma anche che avrebbe potuto creare un sound completamente differente rispetto a prima. Eravamo molto, molto presi dalla discomusic. Molto presi anche dalla musica pop, Prince era la nostra maggiore influenza al tempo. Lui e le droghe”.
Registrato negli Ocean Way Studios di Los Angeles, proprio accanto alla sala dove Ry Cooder stava registrando la colonna sonora per il nuovo film di Wim Wenders, “Paris, Texas”. I membri della band prenderanno “a prestito” molti dei suoi apparecchi vintage e di quegli “strani macchinari rumorosi” per estendere ulteriormente la propria tavolozza sonora. La produzione di Jeff Erych – chiamato per dare all’album un tocco “sognante” – consente loro di togliersi altri sfizi, come far suonare il pianoforte di “My Man’s Gone Now” al pianista di Julio Iglesias…”fu una esperienza da studio strana e divertente, anche se decisamente poco ‘punk’. Un sacco di persone ci volevano ‘earthly punk’, ma più loro ce lo chiedevano e più noi desideravamo allontanarcene”.
“Las Vegas Story” ha ritmi meno serrati, più distesi il cantato di Jeff prende i toni di una confessione, perdendo pian piano quelli della rabbia giovanile. I pezzi acquistano più respiro come “Gives Up The Sun”, o la commovente ballata “My Dreams”, la linea di basso che ti entra nelle budella e la voce di Pierce che ti trapassa il cuore.
Congo Powers, ormai rumorista provetto, crea atmosfere nervose in “Moonlight Motel” e “The Stranger In Your Town”. Il mid-tempo di “Walking With The Beast” può essere considerato un brano-manifesto dal punto di vista sia stilistico che biografico, dove Jeff prende pubblicamente coscienza del proprio “demone” come di un fedele compagno di viaggio.

Riprendono i live show, il management della Animal Records prenota date soprattutto oltre i confini statunitensi. Palco dopo palco la band si allontana dalla brutta aria che tira nei circuiti live americani dove da un pò spira un vento alquanto nazionalista. Nell’era reaganiana i Gun Club suonarono soprattutto in Europa, senza riuscire però a lasciarsi alle spalle i problemi più pratici: per ben due volte il loro tour bus viene svuotato e a Parigi, dopo il secondo furto, Terry Graham decide di filarsela durante la notte. Risvegliatasi orfana del batterista e senza strumentazione. la band, si trova davvero ad annaspare nella merda. Jeffrey Lee saggiamente propone un lungo periodo di pausa.

Malgrado le promesse fatte a se stesso, la pausa non riuscì a tenerlo alla larga dalla musica.
In questo lasso di tempo Pierce registra  come solista  e pubblica un disco “Wildweed” ed un Ep “Flamingo”.  I lavori anche se non paragonabili a quelli passati testimoniano la sua continua voglia di sperimentare.

Nell’86 si riformano i Gun club, con il fedelissimo Kid Congo(che vedremo anche impegnato con i Bad Seeds di Nick Cave, con cui pubblicò ”Tender Prey“nell’88 e“The Good Son” nel 1990.), la bassista, nonchè moglie di Pierce Romi Mori ed il batterista Nick Sanderson. Poco dopo esce “Mother Juno” prodotto da Robin Guthrie dei Cocteau Twins.
Mother Juno, è forse il più rappresentativo tra i loro dischi dell’età “matura”. Non c’è più traccia delle influenze pop, i Gun Club ripartono da ciò che meglio sanno fare, l’alternanza fra brani veloci e atmosfere più tradizionali in un mitigato ritorno alle origini che il cantante paragonerà alle ” onde nell’Oceano”.
La tripletta di partenza, “Bill Baley”-“Thunderhead”-“Lupita Scream”, è in stile Fire Of Love. Il pezzo d’apertura è dedicato a Nick Cave sotto le mentite spoglie di uno stand-up comedian dalla vita sregolata.
“Breaking Hands”, “Yellow Eyes” e “Port of souls” invece rallentano il ritmo e hanno influenze più waveggianti, soprattutto la prima, probabilmente complice anche lo zampino di Guthrie.
Viscerale “Hearts”, “My cousin Kim” completamente in stile fire of love
Il lirismo di Jeffrey Lee completa qui il suo cammino verso la disillusione già intrapreso in alcuni episodi dei lavori passati, diventando da ribelle a pazzo e da pazzo a perdente.
Viene registrato negli Hansa Studios di Berlino, in quella tempo prima era stata una sala da ballo dei militari nazisti e che, in tempi più recenti aveva ospitato anche David Bowie.

Mother Juno inaugura dunque la consacrazione dei Gun Club  come band ormai europea di adozione, ancora in fuga da quella “Bad America”. Jeffrey scappava da Los Angeles, dai suoi fantasmi, dall’alcool e dalla droga.
“Siamo a casa nostra e ci accolgono in non più di cinquanta, ormai veniamo recepiti come una band in trasferta dall’Europa. Nella nostra band abbiamo persone dal Giappone e dall’Inghilterra: abbiamo imparato a guardare alle cose attraverso occhi europei, così siamo diventati un po’ più europei anche noi”, citando le parole di Kid Congo.

Pastoral Hide And Seek  ruba il titolo a un film surrealista giapponese e manifesta tutto il fascino che esercitava il Giappone su Jeffrey, appassionato viaggiatore e appassionato di miti e culture primordiali ed esotiche.
Registrato nella campagna belga, uscirà nel ’90, accreditando Pierce anche come produttore.
“Jeffrey si stava impegnando con la chitarra, viveva assieme a Romi, erano amanti e compagni di gruppo assieme. Così vivevano nel loro mondo. E tutte le questioni diventavano questioni di coppia”.
La ballata di “Emily’s Changed” registra nuovi equilibri tra la musica e l’attitudine “letteraria” dei testi, “St. John’s Divine” è il mid-tempo che più degli altri sintetizza le caratteristiche musicali del nuovo corso un mix di proto-punk alla Television e di rock traditional alla Thin Lizzy, Led Zeppelin e Doors.
L’album esce per l’americana Triple X, Ramblin’. Autoritratto blues di Pierce con chiari riferimenti ai suoi autori più amati di sempre, come Howlin’ Wolf a Skip James. Il blues rappresenta ancora l’unica medicina per Jeffrey Lee e parecchi dei lavori nella sua ultima fase risultano onerati da questa “medicina”.
“Divinity”  esce nel1991. Fra i pezzi di maggior intensità l’orecchiabilissima “Sorrow Knows”,  l’hard-rock apocalittico di “Black Hole”. Sarà questa l’ultima pubblicazione a portare la firma di Kid Congo Powers.
“Amavo Jeffrey, credevo che fosse qualcosa di meraviglioso e che questa band fosse meravigliosa, ma davvero c’era qualche cosa di seriamente sbagliato, qualcosa di oscuro e sbagliato. Solitamente non ci avremmo nemmeno fatto caso, ma stavolta non c’era proprio niente di buono. E non stava nemmeno motivando la nostra creatività, la stava buttando giù”.
Questo il commiato definitivo di un membro storico del Club, tuttavia i due fondatori restano in buoni e frequenti rapporti.
Per Pierce l’esigenza di riprendere tra le mani la propria musica e di farne un diario personale diventa sempre più importante, la cosa si fa sempre più evidente nei testi e finirà per sfociare naturalmente in un altro capitolo solista con “Ramblin’ Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love”, nel 92( esce per svariate etichette:  New Rose Records, Solid Records, Triple X Records e What’s So Funny About.
Wille Love (aka Tony Melik) sostituirà Kid Congo, nell’ultima fase dei gun club.
L’accresciuta abilità tecnica di Pierce come chitarrista e l’innesto di Van Pipper all’organo rendono “Lucky Jim” il disco più “classico” e probabilmente più maturo dei Gun Club.
“A House Is Not A Home” narra la storia di musicisti senza più radici (suona vagamente familiare no?!)  “Idiot Waltz” e “Anger Blues” rappresentano bene il nuovo stile della band.
Quest’album, così autobiografico riconduce agli album solisti di Pierce. oltre ad essere un chiaro omaggio alle sue diverse ispirazioni musicali. ci trovaimo ovviamente del blues classico, del jazz, reminiscenze hendrixiane in “Ride” e del soul nella ballad  “Cry To Me”.
Impossibile ignorare la title track, visto anche come di lì a poco andarono le cose. “We need you, oh Lucky Jim/ where have you gone, oh Lucky Jim/ we miss you here, oh Lucky Jim”.

Il fantasma di Morrison riprende ad aleggiare sulla testa del suo successore.
E mentre il profetico Jeffrey era impegnato a esercitarsi alla. Romi Mori e Nick Sanderson intessono una relazione amorosa alle sue spalle e decidono di abbandonare il gruppo.
E questo decreta la sua inesorabilmente la sua fine.
Tutti gli sforzi per ripulire la propria esistenza crollano in pochi giorni sotto il peso dei vecchi demoni dell’alcool e della droga. Gli ultimi resoconti e gli avvistamenti in pubblico lo dipingono così gonfio da sembrare una rana, perso, sempre ubriaco e fattissimo, evidentemente arrivato al capolinea.
I vecchi amici lo ospitano sporadicamente in qualche show (nel ‘94 appare in un paio delle date europee dei Bad Seeds per interpretare “Wanted Man”).
Torna a Los Angeles. Ritrova Kid Congo e con lui condivide il suo canto del cigno al Viper Room di Johnny Deep.  In memoria dei vecchi tempi dei Gun Club suonano brani da Fire Of Love e Miami, che procurano ai due diverse offerte per un revival tour. La proposta cade nel vuoto Pierce si rifugia a casa della madre per dedicarsi alla stesura della sua autobiografia.

“Go tell the Mountain” è l’ennesima seduta di autoanalisi, questa volta su carta, ma senza più la funzione terapeutica ma di mero sfogo. La collezione di tutte le sue frustrazioni sfocia in un j’accuse nei confronti di tutti (o quasi) i vecchi compagni d’avventura, colpevoli di aver abbandonato la sua causa.
La fredda cronaca degli ultimi attimi di Jeffrey Lee Pierce è affidata anch’essa a un amico, che in quanto a conoscenti martiri non scherza di certo: Mark Lanegan, voce degli Screaming Trees. “Mi lasciò un paio di messaggi sulla segreteria: sembrava completamente fuori di testa ma non come quando chiamava da ubriaco. Era strano, come se fosse diventato pazzo; finalmente qualcuno richiamò, mi disse che Jeffrey era tornato, che aveva bevuto mentre era stato fuori, che il fegato gli aveva messo del veleno in circolo e ora stava passando attraverso la demenza. L’ospedale l’aveva dimesso dicendo che non c’era nulla da fare per lui, che il suo fegato era andato e lui stava morendo. Dopodiché ricevetti una sua chiamata: si trovava in Utah e sembrava normale. Gli dissi ‘che diavolo, amico, tutti dicono che stai morendo’. E lui rispose ‘oh, dicono sempre così!’. Una settimana più tardi cadde in coma e morì”.

Rest in peace Jeffrey Lee.

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2 responses to “JEFFREY LEE PIERCE & The GUN CLUB

  1. c’é un film fatto da uno o due francese(i) sugli ultimi tre anni di JLP, abbastanza triste ma communque, é Jeffrey Lee Pierce, Hard time killing floor blues di HJ Debon, sexbeat go!

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